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“Quando la dottoressa *** mi ha mandato la foto degli attaccapanni dell’asilo, con tutti quei nastri neri legati ai ganci, mi si è gelato il sangue. Non capivo. E quando non capisco, da un mese a questa parte, penso subito al peggio.

Vi spiego perché. Dopo i messaggi della maestra Patrizia ero convinta che a scuola tutti guardassero Samuele come il bambino strano, quello tutto vestito di nero che sta in disparte. Ho pensato che quei nastri servissero a segnare qualcosa, a distinguere, a mettere da parte. Ho pensato perfino che fosse un’altra idea della maestra Patrizia. Non so bene cosa ho pensato… So solo che mi tremavano le mani e che ho scritto alla coordinatrice l’unica cosa che riuscivo a scrivere.

Da quando mio marito non c’è più ho imparato a piangere senza fare rumore, ma quel giorno non ci sono riuscita.

Nella sezione di Samuele ci sono due maestre. Patrizia, quella dei messaggi che avete letto, e Daniela, che lo segue soprattutto il pomeriggio…

In tanti mi avete scritto di non arrendermi. Non mi sono arresa. Ecco come è andata.”