“Ci siamo conosciuti sette mesi fa.
Non una vita, ma nemmeno due settimane.
Abbastanza tempo per imparare come beve il caffè, per lasciare uno spazzolino a casa sua, per litigare una volta “seria” e far finta che fosse solo stanchezza.

L’ho conosciuto perché faceva il simpatico in un posto qualunque, uno di quelli dove si finisce a parlare più del dovuto.
Mi era sembrato diverso. Un po’ confuso, sì, ma anche “profondo” a modo suo. Diceva spesso che non voleva incastrarsi, che stava cercando il lavoro giusto, che non voleva sprecarsi. Io l’ho letta come onestà. Forse era solo comodo.

All’inizio mi faceva tenerezza.
I discorsi lunghi, le metafore fuori luogo, quel modo di spiegarti la vita come se avesse capito qualcosa prima degli altri.
Io ascoltavo. Annuii anche quando non capivo. Pensavo: ok, è fatto così.

Sette mesi dopo, ero convinta di essere la sua ragazza.
Non “una possibilità”, non “una delle due”, non un concetto astratto.

Poi è arrivato San Valentino.
E una frase che non avevo mai messo in conto di leggere.

“Per San Valentino saremo in tre.”

E lì ho capito che non stava parlando d’amore.
Stava parlando solo di sé.”

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