“Mi chiamo Clelia e sono una donna trans. Lo dico senza abbassare lo sguardo, perché è una parte di me, non una spiegazione da giustificare. Viviamo nel 2026, almeno sulla carta, in un mondo che ama definirsi moderno, inclusivo, avanti. Poi però basta poco per ricordarti che certi diritti esistono solo nei discorsi, non nella realtà. Io non chiedo trattamenti speciali, non cerco attenzioni, non pretendo applausi. Chiedo solo di essere trattata come una persona. Come una donna che ha il diritto di prendersi cura del proprio corpo, della propria salute, della propria vita. E invece ti ritrovi a dover spiegare, a dover chiarire, a dover giustificare la tua presenza in luoghi che dovrebbero essere neutrali, sicuri, professionali. Luoghi in cui non dovresti sentirti osservata, giudicata, respinta. Avevo un problema, avevo bisogno di assistenza, e allora sono andata da un ginecologo, come è mio pieno diritto. Tra l’altro, un ginecologo che doveva essere estremamente bravo e professionale, consigliato da un’amica. Sono stata mandata via malamente.”
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