“Siamo andati dai nonni con un’idea ingenua, quasi commovente a ripensarci adesso.

Abbiamo spostato il lavoro in smart working, organizzato call, orari, silenzi. Un mese intero.

L’idea era semplice: stare più vicini, far crescere i bambini con una nonna presente, ricucire qualcosa che negli anni si era allentato. “Così li vedi di più”, le avevo detto. “Così li conosci davvero”.

In realtà, li ha guardati appena.

O meglio: li ha guardati in confronto.

C’erano sempre altri nipoti più educati, più tranquilli, più “adatti”.

I miei erano quelli rumorosi, quelli che stancano, quelli che “adesso no”.

Ogni gesto era una misura. Ogni attenzione, selettiva.

Un biscotto dato a uno, non all’altro.

Un complimento mai per tutti.

Un invito sempre con un nome in meno.

I bambini non capiscono le dinamiche familiari, ma capiscono benissimo quando non sono desiderati.

E io, giorno dopo giorno, ho capito una cosa ancora più difficile:

non eravamo lì per stare insieme.

Eravamo lì per adattarci.

E quando ho smesso di farlo, è esploso tutto.”