“Non doveva diventare una questione.
Cinque giorni. Solo cinque.
Una trasferta di lavoro incastrata male, voli presi al volo, valigie fatte di notte mentre i bambini dormivano sul divano. Mio marito dall’altra parte d’Italia, io con la testa che scoppiava e la solita sensazione di stare sempre correndo dietro a qualcosa che arriva prima di me.
Ho chiesto ai miei genitori una mano.
Non un favore eterno.
Non un sacrificio epocale.
Cinque giorni a Natale.
Mia madre ha detto di sì subito.
Come sempre. Con quella voce che sembra disponibile ma che non lo è mai davvero. Quella voce che usa quando sai già che, prima o poi, il conto arriva.
Io sono partita con l’ansia addosso.
I bambini che piangevano la prima sera.
Le chiamate a raffica.
Il senso di colpa che ti si pianta nello stomaco anche quando stai lavorando per pagare tutto.
Poi sono tornata.
Ho ringraziato.
Ho portato regali.
Ho cercato di fare la figlia adulta, riconoscente, composta.
Finché non è arrivato quel messaggio.
Non una discussione.
Non un “ne parliamo”.
Un elenco.
Con cifre.
E una frase finale che mi ha fatto capire che non stavamo più parlando di aiuto.
Stavamo parlando di potere.
E da lì… è saltato tutto.”
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