“Non è la prima volta che mi scrive così.
Ogni volta che succede qualcosa nella sua vita, io divento il piano B. Il posto sicuro. La soluzione comoda.
Solo che a forza di essere la soluzione, ho passato anni a tappare buchi che non avevo creato io.
Mio padre ha sempre avuto una capacità incredibile: trasformare i suoi problemi in responsabilità degli altri. Prima la dipendenza, poi i debiti, poi gli sfratti, poi le promesse di essere “pulito” che duravano giusto il tempo di una ricarica del telefono.
Io ci ho creduto. Più volte di quante riesca ad ammettere senza sentirmi stupido.
Ho speso soldi che non avevo. Ho fatto bonifici di notte. Ho risposto a chiamate che iniziavano sempre allo stesso modo: “tranquillo, questa è l’ultima volta.”
Non lo era mai.
Ora però c’è mio figlio.
Una casa che non è solo mia. Una vita che non posso più permettermi di mettere a rischio per senso di colpa o sangue condiviso.
Non è crudeltà. È una linea che ho tracciato tardi, forse troppo tardi.
Quando mi ha chiesto ospitalità dopo lo sfratto, ho sentito quella vecchia spinta a dire sì.
Poi ho guardato mio figlio dormire.
E per la prima volta, ho capito che non salvare mio padre non significa abbandonarlo.
Significa smettere di sacrificare qualcuno che non ha colpe.”
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