“Studio fuori sede da quasi due anni e ormai ho una specie di routine.
Durante la settimana vivo nella città dell’università, tra lezioni, coinquilini e pasti improvvisati. Poi, quando riesco, cerco un trenoeconomico e torno dai miei per il weekend.

Di solito non serve nemmeno organizzarsi troppo.

Scrivo a mia madre che ho trovato il treno, lei mi chiede a che ora arrivo e mio padre comincia già a lamentarsi perché “torni sempre quando c’è da venirti a prendere in stazione”.
È casa mia. Non ho mai pensato di dover chiedere davvero il permesso per tornarci.

Per questo, quando ho scritto a mia madre che sarei rientrato venerdì e lei mi ha risposto di non venire, la prima cosa che ho pensato è stata che fosse successo qualcosa.

Ho iniziato a chiederle se avessero litigato, se papà stesse male, se ci fosse qualche problema che non volevano dirmi.
Lei continuava solo a ripetere che era meglio se restavo lì e pensavo all’università.

Con mia madre però lo capisco quando gira intorno a una cosa.
Così ho insistito.
E più cercava di tranquillizzarmi, più diventava evidente che tranquillo non dovevo esserlo affatto.”

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