“Quando Federico mi aveva detto che finalmente aveva trovato “la casa giusta per noi”, avevo pianto dalla felicità. Non perché fosse enorme o lussuosa. Ma perché, dopo quattro anni insieme, mi sembrava il passo naturale. Quello che fai quando ami qualcuno: costruisci uno spazio comune. Un posto dove lasciare lo spazzolino senza sentirti ospite.

Io già mi immaginavo le cose più stupide. Le tazze scelte insieme all’Ikea. Le litigate sul colore del divano. Le cene improvvisate sul pavimento prima ancora di montare il tavolo.

E invece, col passare dei mesi, qualcosa aveva iniziato a stonare.

Ogni frase diventava: “mamma ha deciso”, “mamma vuole”, “mamma dice che così è meglio”. All’inizio cercavo di farmelo scivolare addosso. Mi dicevo che era normale: lei aveva aiutato economicamente Federico, era coinvolta, voleva dare una mano.

Poi però avevo iniziato a sentirmi fuori posto nella mia stessa convivenza.

Non potevo scegliere i mobili senza “supervisione”. Non potevo decidere cosa mettere in casa. Persino i weekend dovevano ruotare attorno alle esigenze sue e della madre. E ogni volta che provavo a dire come mi sentivo, Federico trasformava tutto in un elenco di cose che loro stavano facendo “per me”.

Come se stare con lui fosse una concessione.

Come se quella casa non dovesse essere nostra.

Ma loro.”

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