“Ho scritto a mia mamma per mostrarle questo gelato al pistacchio dal nome poco rispettoso, è finito ovviamente a pizza e fichi, con mia mamma è sempre così.
Le avevo mandato la foto di un affogato elegante, pistacchio fuori e fragola dentro, una specie di cuore rosa nascosto. In gelateria lo chiamavano “pistacchio gay”. Io avevo sorriso a metà. Non per il gelato, che era buonissimo, ma per quel nome buttato lì, come se bastasse un colore per fare una battuta.

Le ho scritto per dirle che no, non si può sempre ridere di tutto. Che le parole contano. Che dare un nome alle cose significa anche decidere da che parte stare. Gliel’ho spiegato piano, cercando di non sembrare quello che rovina le feste. Lei ha letto, ha visualizzato, e poi ha fatto quello che fa sempre: ha girato la frittata.

Ha detto che esagero. Che è solo un gelato. Che ai suoi tempi si scherzava di più. E già che c’era ha rincarato, come se fosse la cosa più naturale del mondo: peccato però che io una figlia non gliela posso dare, una nipotina intendo.
E lì ho capito che non stavamo parlando di pistacchio, né di fragola. Stavamo parlando di me. E come sempre, io ero il gusto sbagliato.”

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