“Non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma per me era ovvio. Non vivevamo insieme, non facevamo promesse a voce alta, non ci chiamavamo “fidanzati”, ma ci sentivamo ogni giorno, dormivamo spesso nello stesso letto, ci raccontavamo le cose importanti. Sapeva come stavo quando ero nervosa, io sapevo quando qualcosa al lavoro lo stava consumando. Per me quello era essere una coppia, anche senza etichette. Non avevo bisogno di una definizione se poi, nei fatti, c’era tutto il resto. A un certo punto però ho iniziato a chiedermi cosa sarebbe successo se qualcosa fosse andato storto davvero. Non per paura. Per lucidità. Per capire se quella cosa che chiamavamo “non dare un nome” avrebbe retto davanti a qualcosa di serio, qualcosa che non si poteva rimandare o sdrammatizzare. Non volevo rassicurazioni, né promesse improvvisate. Volevo vedere una reazione vera. Così ho fatto una cosa che non avrei mai pensato di fare: l’ho messo davanti a una situazione reale, concreta, scomoda. Non per incastrarlo. Non per manipolarlo. Ma per ascoltarlo davvero. Per capire che tipo di persona fosse quando non c’era più solo il divertimento, quando non si poteva restare nel vago. La risposta è arrivata subito. Ed è stata molto più chiara di qualsiasi discorso fatto prima.”

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