“Quando ci hanno chiesto se potevano passare qualche giorno da noi, mi è sembrata una bella idea.
Due amici che non vediamo da un po’, cinque giorni insieme, risate, serate in terrazza.
Pensavo: “Che male c’è?” Hanno passato un periodo molto stressante dopotutto, e fare del bene è sempre una buona opzione.
Il primo messaggio è stato dolce, pieno di ringraziamenti. Poi, lentamente, è arrivato… il resto.
Un dettaglio qui, un’aggiunta là. All’inizio non ci ho fatto caso: “Possiamo fare colazione alle 8?” — certo, nessun problema.
Poi: “Ah, se non è un disturbo, ci piacerebbe usare il bagno grande, quello con la finestra”.
Va bene, tanto ne abbiamo due.
Ma più andavamo avanti, più le richieste sembravano… studiate. Come se avessero una lista pronta da tempo.
Ogni nuovo messaggio aggiungeva un tassello a un puzzle assurdo.
A un certo punto ho smesso di ridere. Non era più ospitalità: era un contratto unilaterale che non avevo mai firmato.
E la cosa peggiore? Che lo dicevano con quella gentilezza passivo-aggressiva che ti fa sentire quasi in colpa a dire di no.
Avevo invitato due amici.
Mi stavano arrivando due clienti dell’hotel a cinque stelle.”



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