“Quando mi ha chiesto di sposarlo, ho pensato fosse una di quelle cose che succedono “quando è il momento giusto”.
Non perfetto.
Non cinematografico.
Giusto.

Eravamo stanchi, un po’ incasinati, ma complici.
Io che gli tenevo insieme i pezzi quando dubitava di sé.
Lui che diceva di sentirmi “casa”.
Una relazione normale, pensavo.
Con le sue crepe, certo. Ma vere.

Poi un pomeriggio qualsiasi gli mando una foto.
Sto camminando, respiro, mi sento leggera.
Gli scrivo che la sera andrò a mangiare sushi con un’amica.
Gli dico che lo chiamo prima di dormire.

Risponde tranquillo.
Troppo tranquillo.

“Dobbiamo parlare però.”

E in quel momento lo senti, anche se fai finta di no.
Quel micro-secondo in cui lo stomaco si stringe e il cervello prova a rassicurarti da solo:
“Dai, esageri.”

Non stavo esagerando.

In tre messaggi il fidanzamento diventa una discussione.
In cinque entra in scena sua madre.
In dieci capisco che non sto parlando con un uomo, ma con un figlio che chiede il permesso.

E mentre lui mi spiega che “lei ha esperienza”,
io realizzo una cosa molto semplice, molto chiara, molto dolorosa:

non stavo perdendo un fidanzato.
Stavo restituendo un anello…
e riprendendomi la dignità.”

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