“Quando ho iniziato a immaginare il matrimonio non pensavo a un lago, a un castello o a quanto sarebbe sembrato bello nelle foto. Pensavo a una cosa molto più semplice: fare un passo insieme, senza dover dimostrare niente a nessuno. Io vengo da una famiglia che ha sempre lavorato, che sta bene, sì, ma senza mai ostentare. I miei genitori mi hanno insegnato una cosa sola sui soldi: servono per vivere meglio, non per comprare approvazione.
Con lei, all’inizio, mi sembrava di essere finalmente capito. Era brillante, ambiziosa, sicura di sé. Mi piaceva proprio questo: il modo in cui parlava di futuro come se fosse qualcosa da conquistare, non da subire. Quando abbiamo iniziato a parlare di matrimonio, ero felice. Teso, sì, ma felice. Pensavo fosse normale avere idee diverse, trovare un punto d’incontro, crescere.
Poi qualcosa ha iniziato a stonare. Non subito, non in modo plateale. Piccole frasi buttate lì: “una cosa così non si può fare in piccolo”, “certe famiglie si aspettano un certo livello”. Io cercavo di non pensarci troppo, di non sembrare quello che frena, quello che rovina l’entusiasmo.
Fino a quando ho capito che non stavamo parlando dello stesso matrimonio.
Io parlavo di una vita insieme.
Lei stava parlando di un evento.”
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