“Sono una professoressa di liceo da dieci anni e, se c’è una cosa che ho imparato, è che il sapere ha un valore. Non perché lo dica io, ma perché dietro ogni lezione ci sono anni di studio, aggiornamento, sacrifici e tempo. Tanto tempo.

Forse oggi va di moda pensare che, tra parenti, tutto debba essere dovuto. Io invece ho un’altra mentalità. Ho sempre creduto che proprio chi ti vuole bene debba essere il primo a rispettare il tuo lavoro. Se mio fratello facesse il meccanico, non pretenderei che mi riparasse la macchina gratis. Se mia sorella fosse un avvocato, non mi aspetterei consulenze gratuite ogni volta che ho un problema. E allora perché un’insegnante dovrebbe lavorare senza essere pagata solo perché davanti ha un nipote?

Quando mio nipote Marco ha iniziato ad avere difficoltà a scuola, mi sono resa disponibile ad aiutarlo. Per mesi ci siamo visti con regolarità. Italiano, storia, verifiche, interrogazioni, esercizi. Non gli ho dedicato dieci minuti tra un caffè e l’altro. Ho organizzato il lavoro come faccio con qualsiasi altro ragazzo che segue le mie lezioni. In totale sono state sessantadue ore. Sessantadue.

Sono stata felice di vedere i suoi miglioramenti e non mi sono mai tirata indietro. Anzi, gli ho dedicato la stessa attenzione che riservo a tutti i miei studenti.

Alla fine del percorso, però, ho fatto quello che ritenevo più normale del mondo: ho presentato il conto del mio lavoro, applicando persino uno sconto famiglia.

E da quel momento mia sorella mi ha guardata come se fossi diventata la persona più egoista del pianeta.

Io, invece, continuo a pensare una cosa soltanto: il rispetto per la famiglia non dovrebbe mai significare che il lavoro di uno valga improvvisamente zero.”

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