“Quando mia figlia mi ha mandato quella lista ero seduta sul letto, ancora con il giubbotto addosso.
Avevo appena finito il secondo turno. Le mani che tremavano per la stanchezza e la testa che ronzava come fa il frigorifero quando sta per rompersi.
All’inizio ho pensato fosse uno scherzo.
Una di quelle battute infelici, fatte senza pensarci troppo.
Poi ho riletto.
E ho capito che no: era seria.
Non una richiesta.
Un promemoria.
Un elenco di istruzioni, come se io fossi un servizio catering. Come se il mio tempo, il mio corpo, la mia fatica fossero una cosa neutra, invisibile.
Io lavoro due lavori.
Uno la mattina, uno il pomeriggio.
La sera arrivo a casa che non ho più voce, né forza, né pazienza.
Eppure, nella testa di mia figlia, Natale significa che io devo farcela. Perché l’ho sempre fatto. Perché “sei la mamma”.
In quella lista non c’era una sola riga che dicesse:
“Ce la fai?”
“Hai bisogno di aiuto?”
“Va bene anche qualcosa di semplice?”
C’erano solo esigenze. Pretese. Distinguo.
E una certezza implicita: tanto ci penserà lei.
In quel momento ho capito che il problema non era il pranzo di Natale.
Era il fatto che, per tutti, io fossi diventata una funzione.
Non una persona stanca.”
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