“Pensavo di essere uno di quelli razionali.

Uno che osserva, che collega i punti, che non si beve le scuse a caso.

Non sono geloso, non sono possessivo. O almeno così mi sono sempre raccontato.

La verità è che c’erano già state altre cose. Piccole. Invisibili se non vuoi vederle.

Orari che non tornavano, frasi dette a metà, dettagli cambiati la seconda volta che li raccontava.

Bugie leggere, di quelle che ti dici non vale la pena farne un caso.

E io infatti non l’ho fatto.

Perché ammetterle avrebbe significato ammettere che qualcosa stava scricchiolando. E io non ero pronto.

Quando sono partito per andare da mia madre, rimasta vedova da pochi mesi, avevo la testa altrove. Dormivo male, mangiavo peggio. Lei era a casa nostra. Tutto normale. Fiducia. Routine. Vita adulta.

Poi è arrivata quella notifica.

Una cosa stupida. Tecnica. Fredda.

Un numero su uno schermo.

Una bilancia smart non sbaglia. Registra. Memorizza.

Non interpreta. Non mente.

Segna un peso. Un orario. Un luogo.

02:07.

80 chili.

Io non c’ero.

Lei pesa 46 chili.

All’inizio ho cercato una scusa per lei. Come avevo già fatto altre volte.

Poi ho sentito quella fitta allo stomaco, quella che arriva quando capisci che non stai scoprendo qualcosa di nuovo…

stai solo smettendo di mentirti.

Sto cercando di capire perché ho ignorato così a lungo quello che avevo già visto.

Perché se inizi a coprire le bugie degli altri, a un certo punto smetti di riconoscere le tue.

E io non voglio essere quello che “non se ne accorge”.

Non mi interessa se sembra folle.

Mi interessa sapere se quella notte, mentre ero via a seppellire un padre, qualcuno ha lasciato un peso che non era il mio.

E se ho finto di non vederlo prima, non è perché non c’era.

È perché non volevo guardare.”

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