“Mi chiamo Svetlana e questa è una conversazione che non avrei mai pensato di dover mostrare a qualcuno se non al mio avvocato. Non perché contenga segreti incredibili o colpi di scena da film, ma perché racconta un momento preciso in cui ho capito che, qualunque cosa facessi, sarei diventata io il problema. Quando lavori nella casa di qualcuno, entri piano. All’inizio sei invisibile: sistemi, ascolti, passi i piatti. Poi, senza accorgertene, diventi una presenza. E quando una presenza smette di essere neutra, comincia a dare fastidio. Questa chat nasce pochi giorni dopo Natale. Io non avevo scritto per prima. Non avevo annunciato nulla. Non avevo chiesto niente. Eppure, dall’altra parte, c’era già una sentenza pronta. Chi mi ha scritto, Silvia, la figlia del mio attuale compagno, non voleva capire. Io, invece, volevo solo una cosa molto più semplice: non essere usata come bersaglio per una guerra che esisteva da prima di me e non essere discriminata per le mie origini e per quello che stava accadendo. Ma una cosa è certa: io ero e sono nel giusto, per questo sono qui.”

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