“Al matrimonio di Vale avevo passato la giornata con la macchina fotografica in mano. Ero arrivata presto, con le batterie cariche e la paura di perdermi il momento che lei avrebbe voluto ricordare. Alla fine avevo fotografato di tutto: gli sguardi prima della cerimonia, le mani che cercavano altre mani, gli amici che ballavano senza badare a come sarebbero venuti in foto.
Vale mi aveva chiesto di esserci. Eravamo amiche e mi aveva fatto piacere che avesse pensato a me. Avevo già lavorato come fotografa, poi avevo lasciato perdere per un posto che sembrava più sicuro. Ma ormai i posti sicuri non esistono più. Così mi sto pensando di riaprire la partita IVA e ricominciare.
Quel giorno ero ancora fuori città. Sarei rientrata il giorno dopo e intanto scorrevo gli scatti sul telefono. Sapevo che quello era solo l’inizio: a casa avrei dovuto scegliere le foto, sistemare colori e luci, ritoccare quelle che ne avevano bisogno. La postproduzione, la parte del lavoro che nessuno vedeva, ma a me piace quanto stare dietro l’obiettivo.
Ero stanca, certo, ma riguardando quelle immagini mi sembrava di aver fatto un buon lavoro. Poi sullo schermo è comparso il nome di Vale.”
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