“Non era una storia. Non ancora. Ed è proprio per questo che mi ha colpito così forte.

Ci eravamo visti un paio di volte. Una cena semplice, un aperitivo lungo, chiacchiere normali. Lavoro, città, quello che cerchi, quello che non hai più voglia di tollerare. Lei era diretta, molto sicura di sé. Una di quelle persone che parlano come se avessero già deciso dove andare, e tu puoi solo starle dietro o scansarti. A me, all’inizio, quella sicurezza non dispiaceva.

Non avevo fatto promesse. Non mi ero esposto troppo. Ma ero curioso, sì. E anche interessato. Avevo pagato la cena, non per galanteria da manuale, ma perché mi sembrava naturale. Non stavo “investendo”. Stavo conoscendo qualcuno.

Il messaggio è arrivato il giorno dopo. In mezzo ad altre notifiche inutili.

Un messaggio chiaramente non destinato a me. Nessun filtro, nessuna cautela, nessuna frase addolcita.

Lì non c’era imbarazzo.

C’era valutazione.

Non parlava di emozioni, né di chimica. Parlava di target. Di piano B.

Come se io non fossi una persona, ma una voce da tenere aperta nel caso non andasse meglio altrove.

In quel momento ho capito che non stavo conoscendo qualcuno.

Stavo venendo schedato”

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