“Salve, sono Roberto, un lavoratore che a quanto pare non ha il diritto di essere padre.

Almeno secondo il mio capo.

Lavoro in questa azienda da diversi anni. Non sono uno di quelli che stacca al minuto, anzi: quando c’è da fermarsi un’ora in più, coprire un’urgenza o chiudere una consegna, ci sono sempre stato. Per questo pensavo che, dal momento che mio figlio stava male, avevo passato la notte in bianco e dovevo portarlo dal pediatra, fosse mio diritto ciò che ho chiesto. Semplicemente un giorno di permesso, niente di più.

Invece mi sono ritrovato dentro una conversazione che, messaggio dopo messaggio, ha iniziato a farmi sentire quasi in colpa per essere padre. Come se un’emergenza familiare fosse una mancanza di professionalità. Come se la disponibilità data per anni non contasse più nulla nel momento in cui avevo bisogno io.

Questa chat mi ha fatto riflettere su quanto facilmente, in certi ambienti, il lavoro venga usato per misurare il valore di una persona. E di quanto sia pericoloso confondere dedizione e obbedienza totale soprattutto quando dall’altra parte c’è chi pretende tutto.

Siete d’accordo?”

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