“Mi chiamo Marco e lavoro per Sergio da otto anni.
Anzi, diciamola meglio: mando avanti mezza baracca da otto anni.
Quando c’è da fermarsi oltre l’orario, resto, a meno che non debba andare a prendere mio figlio. Quando manca qualcuno, copro io. Quando c’è un cliente nervoso, ci metto la faccia io. Però, a quanto pare, se una volta chiedo di uscire alle due per portare mio figlio a una visita specialistica prenotata da mesi, divento improvvisamente “quello che non pensa al lavoro”.
Mio figlio ha bisogno di quella visita. Non è una recita scolastica, non è una partita, non è un capriccio. È una cosa seria. E io sono suo padre, non un accessorio da tirare fuori solo la domenica.
Avevo avvisato Sergio dieci giorni prima. Mail, messaggi, pure a voce. Lui però quel giorno era “in campagna dai suoi” e aveva deciso che nessuno doveva disturbarlo.
Poi ha iniziato con la solita storia: certe cose le fanno le madri, un uomo deve lavorare, io sto diventando “una mamma pancina”.
E lì ho capito che il problema non era il permesso.
Era il rispetto.”
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