“Non pensavo che una fibbia potesse diventare un campo di battaglia.
Una fibbia, capisci? Oro o argento. Eppure è bastato questo per trasformare un regalo in un processo.
Io volevo solo sorprenderla. Era da giorni che parlava di quella borsa, così sono entrato in negozio convinto di ricordare il modello giusto. E invece no. Ho preso quella con il dettaglio argentato, e per lei è stato come se avessi firmato una dichiarazione di disinteresse.
La cosa assurda è che all’inizio sembrava persino disposta a perdonarmi. Ha scritto “ok, ti perdono, ma è l’ultima volta”. Io pensavo fosse finita lì. Ero pronto a riportare la borsa e chiuderla in dieci minuti.
Poi silenzio. Sparisce. Torna dopo mezz’ora e sembra un’altra persona. Inizia a parlare di “rispetto”, di “attenzione ai dettagli”, e soprattutto di quello che “le sue amiche le hanno fatto capire”.
E lì ho capito tutto: non stavo più discutendo con lei, ma con un consiglio di amministrazione invisibile, un tribunale di WhatsApp che decideva al posto suo.
Alla fine non era più una borsa. Era una sentenza. E io, a quel punto, ho scelto di dimettermi.”

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