“Non ho mai costruito la mia vita contando su mio padre.
Non perché non volessi, ma perché non è mai stato un’opzione.
Dopo il divorzio, mia madre non è riuscita a restare a Milano. L’affitto, le spese, la solitudine: era tutto troppo. Così è tornata al Sud, dalle sue sorelle. Io l’ho seguita per un periodo, più per necessità che per scelta. Milano, per noi, aveva smesso di essere casa.
Mio padre invece è rimasto su. Il lavoro, la città, la sua routine.
Io non l’ho seguito per lui. Non l’ho mai fatto.
Quando anni dopo sono tornato a Milano è stato solo per lavorare. Un contratto, un’occasione, l’idea di cavarmela da solo come avevo sempre fatto.
Con mio padre non c’è mai stato un rapporto di appoggi.
Non è uno che compra regali.
Non è uno che dice “se hai bisogno, ci sono”.
In tutta la mia vita non mi ha mai regalato niente. Né un oggetto, né un aiuto concreto. Solo frasi sul doversi arrangiare, sul valore dei soldi, sul fatto che “nessuno ti deve nulla”.
Per questo, quando il contratto è saltato, ho esitato giorni prima di scrivergli.
Non stavo tornando “a casa”.
Stavo chiedendo due settimane di tempo. Solo un letto. Solo silenzio. Solo il minimo indispensabile per rimettermi in piedi.
Non immaginavo che anche quello avrebbe avuto un prezzo.”
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