“Continuano a dirmi che ho sbagliato, ma nessuno prova davvero a mettersi nei miei panni. Come se certe decisioni nascessero dal nulla, per leggerezza o per opportunismo. Come se fosse tutto bianco o nero. Quando al lavoro hanno detto che uno di noi sarebbe diventato responsabile, ho capito subito che non bastava fare bene il mio: dovevi dimostrare di volerlo più degli altri. Essere sempre presente. Farti notare. Reggere i ritmi, le pressioni, le ambiguità. Lui me lo ripeteva spesso che ero tra le candidate forti, che stavo facendo la cosa giusta, che dovevo solo continuare così. Poi sono arrivate le cene dopo l’ufficio, le battute che facevano finta di essere innocue, i messaggi la sera che iniziavano per lavoro e finivano su altro. Io sapevo fin dove spingermi. Non mi sembrava di fare nulla di male. Mi sembrava di muovermi dentro una dinamica già scritta, in cui tutti sapevano come funzionavano certe cose. Pensavo che il risultato avrebbe parlato per me, che avrebbe messo a tacere ogni dubbio. La promozione non è arrivata, ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che la persona che avevo accanto non è riuscita a vedere le mie intenzioni, il contesto, la pressione. Ha visto solo il gesto. E ha deciso che quello bastava per andarsene.”

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