“Non ho più la percezione del tempo.
Le giornate si sono incollate una all’altra da quando Matteo è nato. O meglio, da quando è nato e qualcosa non andava. Il respiro corto, i medici che parlano veloce, i monitor che suonano. E io lì, ferma, con lui tra le mani e la sensazione costante di poterlo perdere da un momento all’altro.
Dormo a scatti, su una sedia. Mangio quando capita, spesso in piedi, con il telefono in mano e gli occhi sempre su quel tubicino dell’ossigeno che mi sembra l’unica cosa che lo tiene qui. Ogni volta che chiude gli occhi trattengo il fiato anche io.
E nel frattempo cerco lui.
Provo a chiamarlo, scrivo, aspetto. Mi ripeto che è via per lavoro, che non è colpa sua, che tornerà. Che siamo una squadra.
Poi mi arriva una foto. Un deserto, una tenda, le gambe distese. “Guarda che posto 😍”.
E lì qualcosa si rompe.
Perché io sono in un reparto d’ospedale con nostro figlio attaccato all’ossigeno, e lui sta pensando di fermarsi qualche giorno in più. Dieci, per la precisione. Perché “è bello” e “chissà quando ricapita”.
E allora capisco una cosa che fa molto più male della paura.
Non sono sola per caso.
Sono sola perché lui ha scelto di non esserci.”
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