“Stiamo insieme da tre anni.

Ci siamo conosciuti a una cena tra amici, di quelle improvvisate. Io non volevo nemmeno andarci, ero stanco morto. Poi lei si è seduta di fronte a me e abbiamo parlato tutta la sera.

Con lei all’inizio era tutto facile.
Diretta, senza filtri. Diceva sempre quello che pensava e a me quella cosa piaceva davvero.

Dopo un anno siamo andati a convivere.
Qualche discussione normale, soprattutto sul suo modo di vedere le cose sempre molto netto. O bianco o nero.

Io più tranquillo, lei più rigida.

Però andavamo avanti.

Quando le ho chiesto di sposarmi era felice, si vedeva. Abbiamo iniziato a organizzare tutto con calma: la location, il ristorante, la lista degli invitati.

Anche le famiglie, più o meno, si erano incastrate.

Quel pomeriggio stavamo parlando proprio degli inviti.
Mi scrive che alcuni possiamo portarli a mano.

Io le dico sì, e le dico che domenica possiamo passare anche dai miei, visto che sono di strada.

Si ferma.

Non risponde subito.

Poi ricomincia a scrivere.

All’inizio sembra un dubbio, una cosa detta così.

Poi diventa sempre più decisa.

Fino a quando lo dice chiaro.

I miei genitori non devono venire al nostro matrimonio.

E lì capisco che non è una discussione da continuare…”

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