“Sono in Belgio da tre settimane. Un lavoro che doveva essere una buona notizia, un’occasione, una parentesi temporanea. Tre mesi, mi avevano detto. Volano.
Carlo all’inizio era stato comprensivo. Mi aveva aiutata a fare la valigia, aveva scherzato sul freddo, sulle birre belghe, sui messaggi lunghi che ci saremmo mandati la sera. Mi aveva detto: “Ce la facciamo.” E io gli avevo creduto.
Poi, piano piano, qualcosa ha iniziato a scivolare.
Risposte più brevi. Telefonate rimandate. Quella stanchezza strana che non sai mai se è vera o solo comoda. Io mi dicevo che era normale: il lavoro, la distanza, il fuso mentale che si crea quando non condividi più le stesse giornate.
C’era però una presenza fissa. Lei.
Un’amica storica di Carlo. Una di quelle persone che “c’era prima di te”, come se fosse una garanzia, un lasciapassare. All’inizio mi rassicurava. Mi scriveva, mi chiedeva come stavo, faceva la comprensiva. Diceva che gli faceva compagnia, che non restava solo.
Io volevo essere adulta. Lucida. Non gelosa.
Così ho ingoiato qualche fastidio. Ho fatto finta di niente.
Finché un pomeriggio, da uno schermo a mille chilometri di distanza, ho letto una frase che ha cambiato tutto.
Ed è lì che ho capito che non ero semplicemente lontana.
Stavo già venendo sostituita.”
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