“Io quelle settimane prima di Natale le ricordo bene.
Non perché fossero felici, ma perché erano normali. Stanche, piene, confuse come lo sono spesso le relazioni lunghe. Cene di famiglia, regali comprati all’ultimo, quella sensazione di dover “tenere botta” fino a gennaio, perché dopo le feste si aggiusta tutto. Almeno così mi dicevo.
Riccardo era distante, sì. Ma lo attribuivo allo stress, al lavoro, alle solite cose. Non era cattivo. Non urlava. Non tradiva apertamente. Ed è proprio questo che mi fregava: sembrava ancora lì. Presente abbastanza da non farmi scappare, assente abbastanza da non darmi certezze.
Io invece c’ero tutta.
C’ero quando organizzavo.
Quando sorridevo ai brindisi.
Quando facevo finta di niente pur sentendo che qualcosa non tornava.
Pensavo che Natale fosse un ponte.
Che bastasse attraversarlo insieme per ritrovarci dall’altra parte.
Non avevo capito che per lui Natale non era un ponte.
Era una sala d’attesa.
E io ero solo il modo più comodo per non sentirsi in colpa fino alla fine delle feste.”
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