“Ero convinta che tra noi stesse andando bene.
Non “bene” nel senso da film, ma nel modo realistico in cui vanno le relazioni quando smetti di farti troppe domande e inizi ad adattarti. Avevamo trovato un ritmo, o almeno così pensavo. Io cercavo di essere più calma, meno reattiva, di spiegarmi meglio. Lui diceva che gli piaceva il fatto che fossi disposta a lavorare su di me. Io lo prendevo come un segno di maturità, come se crescere insieme significasse anche limarsi un po’.
Negli ultimi tempi mi sentivo spesso stanca, ma davo la colpa al lavoro, alle giornate piene, alla testa che non si spegne mai. Non avevo collegato quella stanchezza al fatto che, senza accorgermene, avevo iniziato a controllarmi continuamente: come parlavo, cosa raccontavo, perfino come ridevo. Mi dicevo che era normale, che in una coppia si fa spazio anche all’altro.
Poi è arrivata quella domenica sera. Un messaggio qualunque, apparentemente innocuo. Nessuna lite, nessuna tensione prima. Solo una frase che, riletta adesso, mi sembra chiarissima: “Facciamo un check veloce della settimana?”
In quel momento ho sorriso. Pensavo fosse una battuta. Non avevo ancora capito che da lì in poi avrei iniziato a guardarmi con occhi che non erano più i miei.”
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