“Alessandro ha sei mesi. Lo dico spesso, come se bastasse a spiegare tutto. Sei mesi di notti spezzate, di sonno a metà, di giorni che iniziano senza che io abbia davvero dormito. Sei mesi in cui il mio corpo non è più solo mio, e la mia testa corre sempre un passo avanti, cercando di prevenire pianti, febbri, paure che non so nemmeno nominare.
Da quando è nato, mi sento diversa. Non peggiore. Diversa. Più fragile, sì, ma anche più attenta, più seria, più viva in un modo nuovo. Andrea dice che non sono più quella di prima. Io penso che “quella di prima” non esista più, e che forse non dovrebbe nemmeno esistere.
La cosa che mi fa più male non è la stanchezza. È la sensazione di essere diventata un peso. Di dover misurare ogni parola, ogni richiesta, per non sembrare “troppo”. Troppo stanca. Troppo bisognosa. Troppo madre.
Quando guardo Alessandro dormire, con le mani chiuse a pugno e il respiro irregolare, mi dico che posso reggere tutto. Poi Andrea mi parla di partire, di staccare, di respirare. E io capisco che siamo nello stesso spazio, ma non nello stesso punto.
Non so se sto chiedendo troppo.
So solo che, in questo momento, mi sento più sola stando in coppia che quando sono davvero da sola con mio figlio.”
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