“Quando ho iniziato a guadagnare bene, è stato il momento più bello della nostra vita.

Per anni avevamo contato gli spiccioli. Affitto, rate, asilo comunale.

Poi è arrivato quel contratto grosso.

E con lui sono arrivate le prime vacanze senza guardare il saldo, il divano nuovo, la cucina che Anna sognava da tempo.

Ricordo la sua faccia quando abbiamo firmato per la casa più grande.

Era felice. Io ero orgoglioso.

All’inizio era tutto proporzionato.

“Miglioriamo la vita.”

“Facciamo respirare i bambini.”

“Godiamoci quello che hai costruito.”

E io lavoravo volentieri. Perché vedevo il risultato.

Poi però il migliorare è diventato confrontarsi.

Confrontarsi è diventato competere.

Competere è diventato non essere mai abbastanza.

La scuola privata non era più un sogno, era “il minimo”.

Le vacanze all’estero non erano più un premio, erano “normale”.

Le cene fuori non erano più un lusso, erano “standard”.

Io continuavo a fatturare.

Lei continuava ad alzare l’asticella.

Non c’è stato un giorno in cui mi sono accorto che stavamo esagerando.

C’è stato solo un momento in cui ho capito che non lavoravo più per migliorare la nostra vita.

Lavoravo per inseguire la sua fame.

E quella fame non finiva mai.”

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